TABULA

Ch’io saluti il paese, partendo da qui. Caverna, che fosti custode per me, acquatiche ninfe dei prati, addio, virile rintocco del pelago, e tu sporgenza, ove il capo protetto bagnai all’umida sferza del vento del Sud… Sorgenti, fontana d’Apollo, oramai io vi lascio, vi lascio, mi stacco da voi- un evento inatteso che mai non sperai. O suolo isolano di Lemno, addio, con un viaggio sereno sospingimi là dove adesso la Parca possente mi avvia, e il volere dei cari e chi questo compì, il dio d’ogni cosa padrone” (Filottete, Sofocle) Filottete, possessore di un arco magico, viene abbandonato a Lemno da Ulisse e i suoi compagni in viaggio verso Troia, a causa di una ferita infetta che non guarisce. L’isola è selvaggia, deserta e inospitale, senza un albero, infuocata d’estate e gelida d’inverno. L’uomo vive in una grotta, dormendo all’addiaccio, su un giaciglio di foglie, bevendo acqua stagnante e cacciando gli uccelli con l’arco. È pervaso dal senso di abbandono del reietto. Eppure un po’ alla volta, lontano dal chiasso della civiltà, Filottete si plasma con quell’ambiente e nella sua solitudine sconfinata diventa di giorno in giorno più uomo. Il paesaggio, incistato nella carne, si trasforma in luogo amniotico fatto di terra, rami, sterpaglia, fronde verdi, fiori colorati, versi di animali, salso e onde spumose che si infrangono sugli scogli, cime innevate e declivi che in primavera si vestono di coltri fresche, piene di germogli, nel silenzio ancestrale della natura. La sua esistenza assume una dimensione universale e quasi metafisica. Per questo, quando si presenta l’occasione di tornare a casa, si abbandona a un saluto struggente, che forse è stato spunto anche per il memorabile “addio ai monti” di manzoniana memoria. Chi è cresciuto a contatto con la terra, come Paolo Loschi, comprende più di altri questo sentimento. La terra è un luogo da cui si può partire, ma prima o poi è spontaneo ritornarci. È come tornare a se stessi e Loschi l’ha fatto. A Giavera, la prima volta, in una casa ai piedi del Montello, pochi chilometri in linea d’aria dai luoghi di Andrea Zanzotto, che sul paesaggio ha costruito tutta la sua sublime poetica. Giavera di dolcissime colline, gelsi, cornioli e robinie, e un torrente che sgorga da un fontanile limpido, che gioca a confondersi con altri rivoli, che scroscia sotto casa, accompagnando cavedani, germani e ranuncoli. Nel totalizzante contatto con la campagna, l’acqua, le pietre, le sinuosità brulicanti di coleotteri e muschi, Loschi è così immerso, ne ha gli occhi così pieni che trova superfluo modulare quel canto attraverso forme e colori da imprimere nelle tele. La natura c’è, un grembo materno che permette e spinge a esplorazioni e ad altre dimensioni. In questo periodo infatti è la figura che chiede voce e viene indagata a lungo, nella sua profondità e nelle sue espressioni più eclettiche, nei suoi attriti. L’artista ci entra con le mani e con tutto il corpo, con gli anfratti di una psiche che non smette mai di manifestare i suoi lati più misteriosi ed è tesa attimo dopo attimo a sublimarne i conflitti. È quando Loschi abbandona Giavera per la città che le cose cominciano a cambiare. Il ventre minerale e vegetale della natura, lontano dalla sua visione, torna a richiedere voce. L’artista lo ascolta, ma nella sua forma nuova, depurato dalle ridondanze, dalle chiose e dalle postille dei particolari. Da una complessità che evolve in nitore, espressione che plasma colori e forme senza il bisogno di delimitarne preliminarmente i confini con carboncini e matite. Il suo più recente progetto è Tabulae, ed è proprio qui che più che mai l’autore si confronta con il tema del paesaggio. Sono quindi gli elementi nella loro purezza a prevalere, e si mostrano in lagune e montagne immortalate nella loro evidenza primigenia, nel ghiaccio e nell’acqua che scorre, negli schizzi salati della burrasca, nelle campiture placide o mosse dai grigi e dagli azzurri del cielo e del mare. In Tabulae, il paesaggio sembra una purificazione e un superamento, la volontà di penetrare il ‘numinoso’, la scintilla del divino che è nell’uomo. Non si tratta di misticismo o sentimentalismo, ma solo di contemplazione e raccoglimento, o forse pacificazione. E perciò anche desiderio di relazione. Le creazioni di Tabulae comprendono strutture mobili che ogni persona può comporre e scomporre, chiamata a un gioco interpretativo, una complicità artistica, un coinvolgimento diretto nell’opera che per alcuni aspetti diventa collettiva. I soggetti decantati da un nuovo sguardo sono sì lagune e montagne sulle cui cime, nubi o soli consumano le nozze sacre tra Cielo e Terra, ma allo stesso tempo una sorta di unico organismo esteso. Non solo dell’artista, ma anche dello spettatore, pianta di un bosco sconfinato ma essenziale, come mente e corpo di ogni essere umano. Bruna Graziani